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SINTESI
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RECENSIONE
“Caro Luis la tua generazione proietta un’ombra lunga e calda nella mia generazione”. Con queste parole Luis Sepúlveda ha ben riassunto, al recente Festival Letteratura di Mantova, il senso del suo ultimo volume, edito da Guanda, dal titolo “L’ombra di quel che eravamo”. Un romanzo breve che segna il ritorno di Sepúlveda alla narrazione, dopo alcuni anni dedicati al giornalismo e, principalmente, al racconto. La storia è semplice: quattro amici, che hanno vissuto da rivoluzionari l’esperienza della dittatura cilena, si incontrano dopo trent’anni e decidono di recuperare un bottino nascosto in quegli anni. Equivoci e situazioni paradossali accompagnano questa avventura a metà fra il giallo, il romanzo di formazione e il romanzo storico. “I generi letterari”, sostiene Sepúlveda, “sono fatti per essere violentati e contaminati, questa è la vera letteratura, tutto il resto è spazzatura”. Parole sante. Il testo guadagna da questa contaminazione ed è una piacevole lettura, che si divora in poche ore, e che lascia un seme nella nostra mente (pur se è troppo breve per essere significativo). Un romanzo che si sente nella pancia, non subito, non appena è terminata la lettura, ma subito dopo. Si deve un poco sedimentare. Lo stile semplice della narrazione lo penalizza da questo punto di vista, ma se ricordate la gabbianella e il gatto Zorba potete capire cosa intendo, e cioè quel fascino che da sempre la letteratura sudamericana, come la musica, esercitano su di noi italiani, ma anche sull’Europa intera. Sarà per il ceppo originario, sarà per la lingua, sarà per i contenuti, sarà per quello che si vuole, ma resta il fatto che la grande letteratura sudamericana ci piace. Per il fatto che è vera, che ci fa sognare, ma soprattutto perché è autentica (passione). Non solo nei sentimenti, ma anche nell’essere uomini, o cittadini, come ha ricordato Sepúlveda.
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