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Farsi un fuoco

Farsi un fuoco

Farsi Un Fuoco - chaboute' christophe - edizioni bd

di chaboute' christophe

Prezzo 10,00 €
Editore edizioni bd
Collana
Codice EAN 9788861234789
Pagine
Formato
Rilegatura
Anno di edizione2009

SINTESI

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RECENSIONE

Luca Cremonesi per MR LIbro www.mrlibro.it
Fra le case editrici più intraprendenti del panorama italiano sicuramente le Edizioni BD è fra le più interessanti e prolifiche. Un ampio catalogo fa da eco a uno staff davvero competente che ha saputo dar vita a una realtà fra le più importanti nel panorama del comics italiano (www.edizionibd.it). Oltre ai fumetti in senso stretto, la casa editrice pubblica libri, romanzi e materiale vario relativo al mondo delle nuvole parlanti. Insomma, una bella realtà. Fra le ultime uscite vorrei parlarvi di “Farsi un fuoco” del francese Christophe Chabouté, rilettura comics della famosa novella di Jack London del 1913. Chabouté, diciamolo subito, rielabora in modo magistrale questo classico. Classe 1967, Chabouté inizia di fatto a produrre comics, o, seguendo la definizione di Pratt (che amo), letteratura disegnata, nel 1998 pubblicando “Sorcières” per le edizioni Téméraire” (premio al Festival d’Illzach) e a seguire “Quelques jours d’été” per le edizioni Paquet (Alpha d’oro e Coup de Cœur al Festival d'Angoulême). Vi consiglio, inoltre, di dare un’occhiata alla trilogia “Purgatoire” che potete consultare on line. L’albo oggetto di questa recensione richiama alla memoria “In to the wild”, film del 2007 scritto e diretto da Sean Penn, basato sul romanzo di Jon Krakauer, per quanto riguarda le atmosfere (chiaramente il gioco delle citazioni è facile dato il tema trattato, ma per l’appunto di non facile gestione onde evitare il baratro del plagio), ma anche la forse meno nota storia di Ken Parker, realizzata dalla copia d’oro Berardi & Milazzo, dal titolo “Lily e il cacciatore” (pubblicato per la prima volta nell’Aprile del 1987 nella collana WEST n. 20), un albo splendido che ora trovate edito anche in volume cartonato. In questa storia, come in quella in oggetto, un cane e un uomo si confrontano con la grande avventura, con la natura selvaggia, il freddo e la neve che tutto raccoglie e attutisce. “Farsi un fuoco” è una sorta di aggiornamento, se mi passate il termine scolastico, di queste due avventure (ma di altre di cui sicuramente non sono a conoscenza) che mi sembrano essere i margini ideali del quadro in cui si muove l’opera di Chabouté. Il tratto è limpido, cristallino, ben definito; le inquadrature a metà fra l’illustrazione tout court e il fumetto. L’immagine spesso racconta senza il supporto della parola, per molte pagine non ce ne è bisogno, è l’immagine che, intrinsecamente, parla di ciò che accade. In questo c’è tutta una tradizione francese, ma non solo, che supporta il lavoro dell’autore. Non a caso, infatti, la storia viene annotata da una voce fuori campo che accompagna quanto accade; una sorta di narratore Onnisciente e saccente (in alcuni tratti, non lo nascondo, è anche fastidioso), ma anche un “Tu” narrante – figura complessa da gestire – che ricorda “La Montagna dell'Anima”, romanzo fiume del Nobel cinese Gao Xingjian. La storia è quella di un cercatore d’oro che decide, così sembra, di addentrarsi nelle valli innevate del nord America alla ricerca di una nuova pista. Convinto di non incappare in guai il protagonista non ha attrezzatura, non ha mezzi, non ha compari: è un uomo solo in compagnia della neve e del silenzio. Un lupo bianco gli si affianca (vi risparmio l’ovvia battuta a cui, di sicuro, avete già pensato) e lo segue. Due solitudini si incontrano, come nell’ultimo racconto di Erri de Luca (“Il peso della farfalla”, Feltrinelli), ma qui sono paritarie. Entrambi fieri e solitari s’aggirano nel silenzio, bianco, della neve. Sono sereni, entrambi sanno che ne usciranno vivi, non ci sono ostacoli perché questa natura è solo il contorno del loro viaggio, non è ancora ciò di cui si devono preoccupare. La meta è altrove, come il pensiero. Basta stare attenti, non perdere l’attenzione e la concentrazione. Il primo errore lo compie il cane: si avventura su una pozza ricoperta da uno strato, leggero, di ghiaccio e precipita. L’uomo, dopo un iniziale menefreghismo egoista, decide di riscaldare il cane per evitare che si geli. Si tratta della mossa fatale che fa precipitare gli eventi. Le certezze si sbriciolano, la solitudine diventa pesante, la natura mostra il suo vero volto, cinico e spietato, come in Leopardi. È la grande frontiera dell’avventura, il confine fra il possibile e l’impossibile, il richiamo della foresta che pervade l’animo degli uomini di fine Ottocento nell’America delle infinite possibilità. In una parola: la sfida. Qui appare chiara la lontananza e la differenza con “In to the wild”, dove la natura era un passaggio obbligato sulla strada della ricerca di se stessi. Il protagonista del film (e del libro) vuole una fuga, tutto sommato, turistica, e cioè una vacanza, una pausa dalla frenesia della vita contemporanea che, in questo caso, è percepita come non autentica. Ciò che vuole ritrovare è la sua vera natura, ma anche il senso profondo della vita. Tornare alla natura è tornare al senso profondo della propria esistenza. Non a caso la sua avventura termina con il riconoscimento della necessità di vivere in comunità, e non isolato. Non è un paese per giovani ribelli, parafrasando McCharthy, il mondo che si trova a vivere, dunque la natura è l’ideale palliativo che meglio si avvicina alla condizione di chi, spaesato, non vuole far altro che fuggire da una terra vista e vissuta come straniera. La natura della nostra storia, invece, è la vera sfida dell’uomo a se stesso, ma anche dell’uomo al caso, al destino, alle forze supreme, alla natura si, ma non come svago, bensì quale ‘altro” dall’uomo stesso inteso cioè come creatura che può e deve dominare l’ambiente in cui si trova. In questa sfida, vera e senza esclusioni di colpi, l’uomo può perdere la sua partita. Inizia così, si diceva, la lenta sconfitta del protagonista nei confronti di una vastità che lo assale e lo spaventa. Resta una sola sicurezza, un solo appiglio: un rotolo di fiammiferi che il nostro uomo utilizza per accendere il fuoco. Salvi. L’uomo e il cane. Si riparte. I due avventori sono nuovamente in sella alla grande avventura che li attende. Tuttavia, qualcosa è cambiato. La natura non è più così rassicurante. Cambiano le inquadrature e le atmosfere: meno natura, più uomo e cane, volti e primi piani. È la paura che diventa protagonista e inizia ad accompagnare i nostri due eroi che di eroico, ben inteso, hanno poco, soprattutto il protagonista umano. È, infatti, l’uomo, questa volta, che compie l’errore: cade anche lui in una pozza gelata. Si bagna. Inizia il congelamento. Deve fare in fretta perché il gelo aumento pari alla paura e al panico, da sempre cattivi consiglieri. Le mani si ghiacciano, i piedi congelano. Accendere il fuoco diventa un’impresa impossibile, difficile quanto necessaria. I fiammiferi sono salvi, ma vengono sprecati dalle mani ridotte a pezzi di ghiaccio. Il fuoco, alla fine è un dono insperato, che arriva e sembra dar vita a una nuova speranza, ma tutta questa frenesia, mista alla crescete paura che sfocia nel panico, spinge gli eventi nella direzione di un banale errore. Quale? A voi scoprirlo… L’ultimo disperato tentativo per vincere quella situazione è di uccidere l’animale per scaldarsi con le sue interiora (si, proprio come ne “L’impero colpisce ancora”). Ma le mani, ormai, sono due pezzi di ghiaccio inutilizzabili. La natura ha vinto. Il lupo si allontana, prosegue solitario il suo cammino, lui che nella natura è ancora abituato a viverci, lui che da sempre convive nella e con la natura, lui che sa cosa essa esige, che sa cosa non può e non deve fare, lui che sa cosa lo attende. Non è un ospite, non è neppure uno sprovveduto carico di ideali, non agisce d’istinto come l’uomo, spavaldo e conquistatore. L’animale è parte della natura. L’uomo ne fa parte. Non è la stessa cosa. Il finale della nostra storia si perde nel bianco del foglio. “Farsi un fuoco” è davvero una bella avventura, veloce, con un’eco forte che nuovamente ci chiama a rileggere le poche pagine che la contengono. Una voce, insomma, che ci coinvolge proprio come accade con la natura. Lasciarsi catturare è l’inizio del viaggio. A ben guardare, è questa la vera sfida, e cioè il richiamo della grande avventura, sia essa soluzione appetibile ai mali della società, sia essa la ricerca di una migliore condizione. Il risultato non cambia. Nella sfida con la natura siamo noi gli ospiti, siamo noi, uomini e donne, chiamati in causa perché della natura intesa come comune habitat, da tempo, non ne facciamo più parte.   dal sito - www.cyranocomics.org

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